sabato 23 gennaio 2010

Ho appena letto questo articolo sul sito di Internazionale. Una riflessione interessante sul ruolo e l'etica del giornalismo in occasione di eventi tragici come quello del terremoto ad Haiti.


Troppi giornalisti ad Haiti

“La catastrofe che ha colpito Haiti pone delle importanti questioni al giornalismo. È necessario che ci siano dei limiti fatti di rispetto e di responsabilità. Bisogna che le informazioni siano inquadrate in un contesto corretto senza scadere nel voyeurismo. Non ci saranno troppi giornalisti ad Haiti?”, si chiede Le Devoir.

Sul sito del giornale canadese è scoppiata la polemica tra i lettori: ci sono effettivamente troppi giornalisti? Sono d’intralcio all’organizzazione degli aiuti internazionali? “I reporter sono indispensabili per la copertura mediatica e quindi per sensibilizzare il mondo, sia le persone comuni sia i governi. Il loro ruolo è quello di andare sul posto e verificare che la realtà non sia deformata da racconti che vengono diffusi senza controllo. Ma in questi giorni abbiamo visto delle scene scioccanti. Giornalisti che per riprendere le operazioni di salvataggio le rallentavano, per esempio”, continua Le Devoir.

Tuttavia secondo il giornale canadese “sarebbe molto peggio se la stampa non fosse lì a raccontare e a monitorare la situazione”. La rivista statunitense New Republic è molto più critica: “La copertura mediatica della crisi umanitaria ad Haiti è stata a dir poco ridondante. Le decine di reportage che arrivano da Haiti stanno mettendo a dura prova una situazione già abbastanza fragile”.

Secondo New Republic trasportare e mentenere le centinaia di giornalisti che sono ad Haiti in questo momento “non è un gioco che costa poco”. “La Cnn e la Cbs hanno cinquanta inviati sul posto in queste ore, Fox venticinque. E ogni rete televisiva che si rispetti ha un numero simile di persone impiegate a seguire questa storia. I quotidiani sono più parchi, per esempio il New York Times e il Washington Post hanno dieci giornalisti. Vista la situazione drammatica del paese è difficile credere che la presenza così massiccia della stampa non stia ritardando l’arrivo degli aiuti e degli operatori umanitari. C’è scarsità di alloggi ad Haiti, ma anche scarsità di alimenti e di acqua. Tutti questi giornalisti finiscono per sottrarre risorse ai sopravvissuti del terremoto”.

Per evitare di creare ulteriori difficoltà, New Republic suggerisce di costituire dei pool – cioè delle squadre di giornalisti che producono contenuti per più di una testata – e di annullare in questo modo la competizione tra le diverse emittenti. “Invece di creare un problema logistico ogni volta che un disastro naturale si abbatte su qualche area del mondo, si potrebbe utilizzare questo protocollo di lavoro che è usato normalmente in altri contesti”, conclude New Republic.

giovedì 21 gennaio 2010

Operazione "Piombo Fuso", il film documentario

Qualche giorno fa sono stata alla presentazione del film "Piombo Fuso", di Stefano Savona.
Come molti ricorderanno, Operazione "Piombo Fuso" fu il nome dato dalle forze armate israeliane all'attacco alla Striscia di Gaza che iniziò il 27 dicembre 2008 e si concluse il 6 gennaio 2009, con l'intento di colpire duramente l'amministrazione di Hamas e generare una situazione di maggiore sicurezza nella Striscia.
I bombardamenti cessarono grazie a una risoluzione dell'ONU e, in seguito, alla Conferenza di Pace di Sharm El Sheikh, ma l'operazione militare provocò circa 1203 vittime palestinesi, tra le quali 410 bambini, e 13 morti israeliani.

Stefano Savona è un regista indipendente di film documentari ed è stato uno dei pochissimi operatori a riuscire a entrare nella Striscia di Gaza durante gli ultimi giorni dell'Operazione "Piombo Fuso". Ha così potuto documentare attraverso le immagini la vita quotidiana a Gaza, la distruzione degli edifici e la morte dei civili, il bombardamento di obiettivi tutt'altro che militari (come un campo da calcio) e l'ipocrisia delle dichiarazioni rilasciate dai politici israeliani.

Nel film i dialoghi sono quasi inesistenti, non c'è una voce fuori campo nè alcun tipo di musica di sottofondo, fatta eccezione per il rumore dello scoppio delle bombe e il sibilo continuo provocato dai droni che sorvolano la Striscia.
E' la potenza delle immagini a travolgerci, a farci tenere gli occhi sbarrati per un'ora e mezza; le parole sarebbero superflue e inadeguate.
Le immagini, i volti, i panorami di case distrutte rimangono impressi nella nostra mente.


Con questo film documentario, già vincitore del premio speciale della giuria al Festival del film di Locarno e di numerosi altri riconoscimenti, Stefano Savona ci ricorda la violenza e l'ingiustizia che hanno caratterizzato l'Operazione "Piombo Fuso" che, a solo un anno di distanza, rischia già di essere dimenticata.

Come sosteneva Roland Barthes, "la veggenza del Fotografo (o in questo caso del regista) non consiste tanto nel vedere, quanto piuttosto nel trovarsi là."

venerdì 15 gennaio 2010

Lavori in corso

Chiedo umilmente perdono se in questo periodo sono a dir poco evanescente, sia sul blog che nella vita reale.

Lo scorso weekend ho imbiancato (eccezion fatta per una parete che è stata dipinta color giallo canarino!), sistemato, pulito, quella che da lunedì è ufficialmente la mia nuova casa. In rue San Donato.

Chiunque mi conosca sa che io non riesco mai a fare una cosa alla volta, senza corse contro il tempo e senza ansie. Certo che no, io sono una specialista nel fare le cose "alla carlona" come si dice a Bologna; cioè in modo a dir poco approssimativo.

Quindi mi sono lanciata nell'impresa di ridipingere la stanza, traslocare, dare gli ultimi esami e, bien sûr, continuare a lavorare. Tutto contemporaneamente.

Comprenderete dunque quanto in questo periodo possa essere incasinata.

Lunedì a mezzanotte sono entrata nella nuova stanza con un paio di valigie, i libri e il fedelissimo Mac. Le valigie giacciono ancora sul pavimento, aperte. I libri e il Mac, invece, stati accuratamente riposti.

Fa un effetto strano svegliarsi alla mattina, guardare fuori dalla finestra e non avere più davanti agli occhi quella vista alla quale eravamo tanto abituati.
Mi era già successo quando ero in Erasmus a Lione, ma quello che si vedeva dalla finestra della mia stanza era così meraviglioso che non avrebbe potuto farmi rimpiangere nulla. E poi si trattava di una situazione transitoria, sapevo che dopo qualche mese sarei tornata alle mie abitudini.

Ora, invece, è tutto un pò diverso.
La vista è meno bella, palazzi e non più alberi o il fiume, ma l'idea che questa potrebbe essere la mia casa per un tempo più lungo.
A volte mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, a volte ne sono certa e due secondi dopo sono sicura del contrario.
Però guardare questa stanza che ogni giorno che passa diventa sempre un pò più mia, guardare la parete gialla dipinta con tanta cura, condividere la quotidianità con un'amica, mi rende felice.

Starò mica crescendo, eh?

domenica 10 gennaio 2010

Film della settimana: "Soul Kitchen"



Del regista e sceneggiatore tedesco di origine turca Fatih Akin in passato avevo visto due film: "La sposa turca" e "Ai confini del paradiso".
Entrambi mi erano piaciuti moltissimo, benchè le tematiche trattate fossero in tutti e due i casi drammatiche e impegnative.

Quando ho visto il trailer di "Soul Kitchen", l'impressione che il regista avesse cambiato stile e soggetto rispetto ai film precedenti è stata immediata. Soltanto guardando quel breve video mi sono ritrovata prima a sorridere, poi a ridere di gusto.
Non potevo perdermelo.

In una Amburgo grigia e cosmopolita si sviluppano le avventure di Zinos, un cuoco di origine greca, e di tutti i personaggi che sono legati a lui o al suo ristorante, il Soul Kitchen.
In un susseguirsi di eventi a volte esilaranti, a volte drammatici, a volte surreali, Fatih Akin racconta semplicemente la vita.

Abbandonati i toni drammatici degli altri due film, "Soul Kitchen" è una commedia dal ritmo vivace ed energico, grazie anche all'uso costante della musica rock come colonna sonora.
Da vedere se avete voglia di un film allegro, intelligente e ben fatto, se avete voglia di ridere.

giovedì 7 gennaio 2010

Approdata a Bologna dopo qualche giorno passato sulle gelide Dolomiti, ho trascorso buona parte del pomeriggio a passare in rassegna i siti internet e i blog che leggo abitualmente alla ricerca di articoli e notizie interessanti.
Ho trovato questo sul solito sito del solito Internazionale, senza i quali sarei inesorabilmente persa!
Per noi aspiranti giornalisti o simili, e soprattutto per me irrecuperabile prolissa, è quasi illuminante.


Informazione: poche parole ma buone

Una delle ragioni della crisi dei giornali tradizionali, secondo il fondatore di Slate Michael Kinsley, è l’eccessiva lunghezza degli articoli. “Su internet, invece, gli articoli vanno subito al sodo”, scrive Kinsley sull’Atlantic Monthly.

“Scrivere per un giornale significa seguire delle regole e delle convenzioni molto rigide, che non necessariamente aiutano nella comprensione immediata della notizia. La colpa non è dei giornalisti: le convenzioni sono stabilite da una tradizione che è abbastanza ingessata e detta legge. Un tempo questa abbondanza di parole non necessarie era considerata un progresso rispetto alla notizia secca. La regola era: ‘Non raccontare la storia, ma spiega al lettore il suo significato’. Ma questa consuetudine di fornire ‘un contesto’ è diventata invece un invito a gonfiare le storie”, afferma Kinsley.

Nei giornali c’è una regola per cui l’ultimo aggiornamento di una storia dev’essere coprensibile anche da chi non ha seguito l’intera vicenda. Quindi ogni notizia è ricostruita in modo che “anche chi è appena uscito dal coma” possa capirla. Ma questo ha portato alla diffusione di articoli che ripetono all’infinito la stessa storia aggiungendo ogni volta solo qualche piccola novità.

Secondo Kinsley, inoltre, il ricorso a citazioni e a virgolettati per riportare il parere di esperti e osservatori imparziali è un altro dispendio inutile di parole e di spazio. “A volte la frase in cui si presenta l’autore è più lunga della citazione che gli si attribuisce. Oppure si citano illustri sconosciuti con l’unico scopo di avvalorare la tesi del giornalista e di dare l’impressione di essere oggettivi”.

“Quando ho cominciato a fare il giornalista al Royal Oak Daily Tribune, in Michigan, il caporedattore mi disse: ‘Ogni parola che tagli sono soldi risparmiati per l’editore’. All’epoca non mi sembrava un’idea molto nobile sacrificare le mie parole per far guadagnare l’editore. Ma per i giornalisti di oggi la questione è molto più delicata”, conclude Kinsley.

giovedì 31 dicembre 2009

Una delle cose che adoro fare è scrivere liste ed elenchi, quindi quale giornata migliore per enumerare tutti i buoni propositi per l'anno nuovo?

Molti sono gli stessi da almeno un lustro, ma tant'è. La determinazione non è esattamente una delle mie virtù!



Andare a New York, e in Portogallo, e in India. Tornare in Africa. Viaggiare moltissimo. Andare a vivere a Berlino e poi a Parigi. Finire tutti i libri che ho cominciato e poi abbandonato. Leggere di più. Leggere "Guerra e Pace". Andare a correre. Andare in piscina. Volermi bene. Imparare a vivere con più leggerezza. Essere meno testarda ma più determinata. Iscrivermi a un corso di danza afro. Meno viaggi mentali e più concretezza. Meno parole e più concretezza. Lasciarsi andare. Andare più spesso al cinema. Scoprire i vecchi film in bianco e nero. Credere in me stessa. Crederci e resistere. Aprire un chiosco sulla spiaggia a Formentera. Provarci sempre, arrendersi mai! Avere più pazienza. Coltivare i sogni. Avere una casa colorata e accogliente. Pedalare per il centro di Bologna con il sorriso sulle labbra, senza inveire contro i Suv e senza pensare allo smog. Smetterla di sognare di sgonfiare le gomme dei Suv, oppure farlo sul serio. Rileggere i romanzi di avventura che da bambina mi facevano sognare ad occhi aperti, perchè credo che ora avrebbero lo stesso effetto. 
Realizzare almeno qualcuno dei buoni propositi elencati sopra.



Buon anno ragazze e ragazzi, buon anno.

giovedì 24 dicembre 2009

Dal sito di Internazionale.

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Le regole: feste di Natale


1. Se non ci sono almeno venti parenti, non è un cenone della vigilia. 2. Se dura meno di cinque ore, non può essere definito pranzo di Natale. 3. La messa di mezzanotte è una leggenda metropolitana: nessuno ci è mai stato davvero. 4. Quella renna in plexigrass ricevuta da tua zia è un regalo da riciclare: basta capire se devi buttarla nel vetro o nella plastica. 5. Solo chi è ingrassato cinque chili può essere certo di aver passato delle buone vacanze.